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Giorgio Bocca e la Calabria. Il ricordo di un incontro e i pregiudizi sul Sud e “l’aspra Calabria” dell’antitaliano.

di Mauro Francesco Minervino

Giorgio Bocca era un grande polemista. Amava definirsi un “antitaliano”, come il titolo dato alla sua rubrica settimanale su L’Espresso. Per molti versi lo è stato. Era il difensore delle virtù civiche, dell’onestà in politica, della ribellione al conformismo italico. Adesso che è morto è giusto ricordarlo com’era, cosa diceva, come scriveva, e soprattutto rileggere cosa scriveva. Come molti l’ho ammirato, nonostante il suo disprezzo per il Sud. Lo conobbi da studente all’Unical di Arcavacata. Erano i primi anni 80’, gli anni di Piperno, dei gruppi di autonomia, dei movimenti studenteschi per la rinascita del Sud. In quegli anni non c’erano vie di mezzo: apocalittici o integrati. Bocca, preceduto dalla sua fama e dalla sua autorevolezza di moralista inflessibile, era sceso in Calabria per uno dei suoi sulfurei reportage sui mali del Sud. Già allora la nostra regione per lui era perduta, fuori dallo stato e dalla civiltà, sbranata da corruzione politica e mafia. Neanche gli studenti, i giovani, facevano eccezione a questa disfatta della democrazia. Per qualche ora io, studente di Antropologia Culturale, gli feci da accompagnatore per i padiglioni di quell’enorme cantiere che allora era la cittadella dell’Università della Calabria, la prima università residenziale costruita nella regione, per volontà del centrosinistra e di Giacomo Mancini. L’università era moderna, popolare, il campus che avrebbe cambiato la vita di tutti quelli della mia generazione. La figura di Bocca mi incuriosiva e mi intimoriva. Vorrei ricordarlo adesso così come mi apparve in quel breve lasso di tempo. Sembrava parlare tra sé, senza mai rivolgere lo sguardo al suo interlocutore. Mi sorprese per i suoi modi bruschi e per il tono delle sue asserzioni; era un uomo freddo, scostante, carico di pregiudizi antimeridionali. Niente lo colpì positivamente in quel giro nell’Università che per me, per  noi, era una ragione di vita, una grande occasione di cambiamento. L’unica che noi ragazzi di quegli anni avremmo avuto a disposizione dallo Stato. In lui non vi era traccia di cordialità, di simpatia umana. Mantenne su tutto ciò che vide e con le persone che incontrò uno sguardo derisorio, considerando ogni cosa dall’altro di un cinismo compiaciuto e sconsolante. Alla fine fui deluso dall’incontro col grande giornalista del Nord, che mi sembrò in fondo un notabile della cultura, un personaggio che di fronte a quella realtà per lui così distante, non era riuscito ad andare oltre un’intelligenza di circostanza, sterile e grossolana. Ma quello era Bocca, e non si discuteva. Più tardi scrisse: “il sud è un cancro, abitato da gente orrenda, repellente e mostruosa, belve da caccia grossa con le quali non si può fraternizzare”. Senza voler tacere i mali del Sud furfante, mai da negare o sottovalutare, in queste affermazioni non si va oltre i toni lombrosiani e la degnazione ottocentesca per un pezzo d’Italia ontologicamente reo, perciò irredento e irredimibile.

In questi giorni, tra le tante inchieste sul Sud scritte da Bocca, un’altra viene spesso ricordata, per l’analisi dei mali ritenuta spietata, e per la crudezza del suo stile. Si può leggere in un suo libro fortunatissimo e discusso uscito nel 1992: “L’inferno-Profondo Sud, male oscuro” (Mondadori). Rileggendo a distanza di decenni il capitolo dedicato alla Calabria, intitolato “Aspra Calabria”, ridiventato da poco un libro uscito per Rubbettino (ed. 2011, pp. 74, € 7,90) con una prefazione di Eugenio Scalfari, ci si accorge che Bocca più che da giornalista interessato a conoscere e interrogarsi sui fatti, ha raccontato la Calabria (come il resto del Sud) assecondando stereotipi e impressioni superficiali, troppo spesso riproponendo topiche di facile consumo e aggiornando archetipi e mitologie, mimando talvolta la penna e le visioni di seconda mano di uno scrittore straniero del Grand Tour. Così si passa dalla qualità degli alberghi e dei trasporti alle note sul carattere e la mentalità degli abitanti (ma un suo ritratto di avventori e di una serva di un hotel-locanda in tono con l’ambiente laido e miserabile del luogo resta degno della pagina di un grande romanziere), per arrivare alla Locride e ai sequestri di persona in Aspromonte (che gli ricorderà la jungla del Vietnam controllata dagli invisibili Vietcong), dove polemizza con Corrado Alvaro, scrittore sommo ma pur sempre figlio spurio di San Luca. In una serie di camei Bocca racconta dei legami tra ‘ndranghetisti e avvocati, raccontò della Rosarno di allora, della morte di Peppino Valarioti e della battaglia per la legalità del sindaco Giuseppe Lavorato, ma anche del suo limpido incontro con il senatore-poeta Emilio Argiroffi a Taurianova, un comunista ribelle, custode delle leggende e dei miti sepolti della Magna Grecia, passando poi per la cosca Piromalli e il sequestro di Paul Getty jr, fino al giudice Cordova e all’omicidio mafioso dell’ex presidente delle Ferrovie dello Stato Ludovico Ligato (“era un ladro”), allo storico Gaetano Cingari (“era molto bravo, ricordo una sera a cena a casa sua che si vedeva il mare”) e all’icona finale di Giacomo Mancini (“un politico che mi piaceva perché era un uomo coraggioso e deciso, nella politica contava”). C’erano molte ombre in quel viaggio nell’inferno calabrese di vent’anni fa, ma anche qualche sprazzo di luce. Bocca stesso confessava talvolta le sue idiosincrasie protoleghiste per il Sud: “Sono un po’ prevenuto: mio nonno era un sergente savoiardo che dava la caccia ai briganti. Povero diavolo, non capiva cosa facevano”. Bocca ha sempre raccontato il Sud come un luogo altro, la part maudit di un’Italia del Nord civile, normale, migliore. Si sbagliava, si fermava alla crosta. Non si accorgeva che il Sud è l’Italia che stava fermentando sotto i suoi occhi appannati di antica albagia piemontarda erano cresciute come gemelle siamesi, tragicamente abbracciate. Erano già indissolubili, e come quelle di oggi destinate a rimanere saldate a un corpo solo, condannate alla stessa circolazione straziata di vizi e bestialità, di morbi mortali per la democrazia. Come una stessa cosa animata male. Forse era questa confusione a fargli paura, una commistione di generi che gli riusciva intollerabile. Alla fine, quale che fosse la realtà, affermava, “non si riesce mai a trovare una ragione definitiva dei mali del Sud. La vera peculiarità dei guai del meridione è nel meridione stesso”. Su una cosa era, ed è, difficile dargli torto. Una considerazione che, pur nella sua valetudinaria genericità, riletta ancora oggi fa male come poche: “E’ triste venire al sud. Vi è costante l’umiliazione degli onesti”. Spiace dirlo ma con quello che ha scritto, Bocca, l’ha fatto spesso anche lui.

27 dicembre 2011

SBIRCIATO su notizie.tiscali.it

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