Volantino pubblicitario stampato per la prima edizione di Se questo è un uomo (De Silva, Torino 1947). Il testo, anonimo, è di Franco Antonicelli.

«C’era un sogno, racconta Primo Levi, che tornava spesso ad angustiare le notti dei prigionieri dei campi di annientamento: il sogno di essere tornati a casa e di cercar di raccontare ai famigliari e agli amici le sofferenze passate, ed accorgersi con un senso di pena desolata ch’essi non capiscono, non riescono a rendersi conto.
Per fatti come i campi di annientamento sembra che qualsiasi libro debba essere troppo da meno della realtà per poterla reggere. Pure, oggi, traendo un bilancio della letteratura “concentrazionaria” europea, vediamo che in essa emergono almeno due libri tra i più alti del nostro tempo. Uno è francese:La specie umana di Robert Antelme, già tradotto nelle nostre edizioni; l’altro è italiano: Se questo è un uomo di Primo Levi, pubblicato per la prima volta nel 1947 nelle edizioni De Silva di Torino e da tempo esaurito. Siamo lieti di poterlo ripresentare a un più vasto pubblico, come un testo d’esemplare valore della nostra letteratura.
Primo Levi, un chimico torinese, fu deportato ad Auschwitz al principio del ’44 insieme col contingente d’ebrei italiani del campo di concentramento di Fossoli. Il libro si apre appunto con la scena biblica della partenza da Fossoli, e prosegue col viaggio e l’arrivo ad Auschwitz e, altra scena di struggente potenza, la separazione degli uomini dalle donne e dai bambini, che non rivedranno più. Null-Achtzen, “zero-diciotto”, il compagno di lavoro che ormai è come un automa che non reagisce più e marcia senza ribellarsi verso la morte, è il tipo umano cui i più si modellano, in quel lento processo d’annientamento morale e fisico che porta inevitabilmente alle camere a gas. Suo termine antitetico è il “Prominenten”, il privilegiato, l’uomo che “s’organizza”, che riesce a trovare il modo d’aumentare il suo cibo quotidiano di quel tanto che basta per non essere eliminato, che riesce ad acquistare una posizione di predominio sugli altri; tutte le sue facoltà sono tese a uno scopo: sopravvivere. Primo Levi ci disegna figure che sono veri e propri personaggi: l’ingegner Alfred L. che continua a mantenere nel campo la posizione d’autorità che aveva nella vita civile; quell’assurdo Elias, che pare nato nel fango del Lager e che è impossibile immaginare come uomo libero; il dottor Pannwitz, dall’agghiacciante fanatismo scientifico. Certe scene ci ricostruiscono tutta un’atmosfera e un mondo: il suono della banda musicale che accompagna ogni mattina i forzati al lavoro, fantomatico simbolo di quella geometrica follia; e le notti angosciose nella stretta cuccetta, coi piedi del compagno vicino al volto; e la terribile scena della scelta degli uomini da mandare  alle camere a gas, e quella dell’impiccagione di chi, in quell’inferno di rassegnazione e d’annientamento, trova ancora il coraggio di cospirare e di resistere, fino a quel grido sulla forca: “Kamaraden ich bin der Letzel!” Compagni, io sono l’ultimo!
Questo è il solo libro scritto da Primo Levi, nato a Torino nel 1919, laureato in chimica, e che attualmente esercita a Torino la sua professione».
[Risvolto dell’edizione Einaudi 1958, collana «Saggi», anonimo ma scritto da Italo Calvino]

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