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La targa "Qui la 'ndrangheta non entra" all'ingresso del consiglio regionale

«La ‘ndrangheta è una presenza istituzionale»

La relazione annuale della Procura nazionale antimafia fotografa lo status della malavita calabrese. Potente, ricchissima e infiltrata dappertutto: «Le nuove leve mafiose dialogano alla pari con politici e grandi gruppi industriali»

LAMEZIA TERME È una «presenza istituzionale strutturale nella società calabrese, interlocutore indefettibile di ogni potere politico ed amministrativo, partner necessario di ogni impresa nazionale o multinazionale che abbia ottenuto l’aggiudicazione di lavori pubblici sul territorio regionale». Il concetto non sarà inedito, ma leggerlo nelle pagine della relazione annuale della Direzione nazionale antimafia fa comunque impressione. Perché l’idea restituisce, di anno in anno, la sensazione che il potere delle cosche non accenni a diminuire. Secondo gli analisti, i clan puntano a consolidare la propria supremazia «con immutata arroganza», forti di una disponibilità finanziaria praticamente «illimitata» (frutto per lo piu’ del traffico di stupefacenti e di lucrosi investimenti immobiliari e di imprese) e di una «diffusione territoriale che non conosce confini». Infatti, le indagini degli ultimi anni hanno mostrato una «presenza massiccia nel territorio che non trova riscontro nelle altre organizzazioni mafiose», visto che l’organizzazione «si avvale di migliaia di affiliati che costituiscono presenze militari diffuse e capillari ed, al contempo, strumento di acquisizione di consenso, radicamento e controllo sociale».

IN LOMBARDIA DA 20 ANNI Un quadro inquietante, che si è formato dopo qualche sottovalutazione. Per i magistrati, infatti la presenza della ‘ndrangheta in Lombardia era «intuibile» da almeno 20 anni, e si materializzava attraverso la pratica, nei confronti di imprenditori, politici e pubblici amministratori, «dell’avvicinamento-assoggettamento (spesso cosciente e consenziente) di soggetti legati negli stessi luoghi da comunanze di interessi». In proposito, il rapporto osserva che nella regione c’è stato, da parte della malavita calabrese, un «vero e proprio fenomeno di ‘colonizzazione’» e non la semplice riproduzione da parte di gruppi delinquenziali autoctoni di modelli di azione dei gruppi mafiosi. In pratica, la ‘ndrangheta si è espansa in Lombardia come se fosse «un nuovo territorio, organizzandone il controllo e gestendone i traffici illeciti, conducendo alla formazione di uno stabile insediamento mafioso». Tuttavia i clan che operano nella regione non sono autonomi, ma rispondono ad «una struttura di coordinamento chiamata ‘La Provincia’ o ‘Il Crimine’ attiva in Calabria».

MAFIA INTERNATIONAL Il processo di internazionalizzazione, d’altra parte è sempre più avanzato: alla presenza all’estero di immigrati calabresi «fedeli alla casa madre si è aggiunta una strutturale presenza (militare e strategica) di soggetti affiliati a “locali” formati ed operanti stabilmente in Germania, Svizzera, Canada ed Australia che, fermo restando il doveroso ossequio alla “casa madre”, agiscono autonomamente secondo i modelli propri dei locali calabresi autoctoni».
Risultato: la ‘ndrangheta, da fenomeno disconosciuto (o, per meglio dire sottovalutato), può oggi essere considerata una vera e propria «holding mondiale del crimine».

LE NUOVE LEVE E il “merito” è anche della “nuova generazione” di ndranghetisti che, «pur conservando il formale rispetto per le arcaiche regole di affiliazione, oggi non sono solo in grado di interloquire con altre categorie sociali, ma anche di mettere a frutto le loro conoscenze informatiche, finanziarie e gli studi intrapresi»; ecco che gli «inquietanti rapporti intrattenuti con rappresentanti delle istituzioni, con politici di alto rango, con imprenditori di rilevanza nazionale non sono soltanto frutto esclusivo del clima di intimidazione e della forza intrinseca del consorzio associativo, bensì il risultato di una progettualità strategica di espansione e di occupazione economico-territoriale, che, oramai, si svolge su un piano assolutamente paritario», anche in realtà come quelle del nord Italia dove le ‘ndrine operano «in sinergia con imprese autoctone o, in talune occasioni, dietro lo schermo di esse».

LA TNT INFILTRATA Le indagini degli ultimi anni sono la rappresentazione plastica di questa evoluzione. Ad esempio la ‘ndrangheta, in Lombardia, si era infiltrata anche nella società di trasporto espresso di merci “Tnt global express spa”, costola italiana appartenente alla casamadre “Tnt Nv” con sede nei Paesi Bassi, procurandosi commesse per circa tre milioni di euro. A capo di questo business, sul quale ha indagato la Procura di Milano, c’era soprattutto, ma non solo, la famiglia dei Flachi aiutata da altre famiglie calabresi originarie di Africo.

I DEFICIT SANITARI E L’ESPOSIZIONE MAFIOSA Il cuore della ‘ndrangheta, nonostante le ramificazioni mondiali, batte sempre a Reggio Calabria, che «costituisce il  fulcro dell’organizzazione, dove ciclicamente anche gli affiliati dall’estero giungono per prendere ordini e direttive». Per la Dna guidata da Piero Grasso «la peculiarità della pressione mafiosa della ‘ndrangheta è leggibile nell’inquinamento di settori della pubblica amministrazione locale, con particolare  riguardo all’utilizzo di raffinati sistemi intrusivi della sfera politico-amministrativa in enti territoriali caratterizzati da esigua popolazione e bassa densità abitativa». Ma anche la sanità in Calabria «continua a  costituire uno dei settori maggiormente esposti al condizionamento mafioso, al punto di essere considerata in permanente emergenza anche in ragione degli elevati deficit finanziari che l’affliggono». Per la Dna, inoltre, «l’analisi dei meccanismi di accumulazione finanziaria illecita dei sodalizi calabresi mette in luce non solo un crescente mimetismo, con l’interposizione di prestanome al fine di celare la radice delittuosa dei patrimoni, ma anche uno spostamento degli interessi economici, dall’acquisizione di beni immobili ad una sempre più estesa attività di impresa, per altro funzionale alle infiltrazioni nell’economia legale».

p. p. p.

SBIRCIATO su corrieredellacalabria.it dell’8/02/2012

 

E poi.

 

“Qui la ‘ndrangheta non entra”: parola di istituzioni calabresi. Sarà vero?

«Qui la ‘ndrangheta non entra». Lo slogan è inciso su una targa fuori dal Consiglio Regionale della Calabria. Una delibera della commissione consiliare della Regione ha deciso di far affiggere lo slogan fuori da quel palazzo in cui, come fa notare il Corriere della Calabria <<due consiglieri regionali di maggioranza (Zappalà e Morelli) sono stati arrestati per reati di mafia. E ancora, dove un assessore regionale (Caridi) è attenzionato dalla Dda di Genova e dalla commissione parlamentare Antimafia>>.

Da settimane la targa era coperta; poi via la copertura. Tutto in sordina però, qualche calabrese potrebbe seriamente sentirsi preso per i fondelli da quell’organismo chiamato commissione consiliare regionale Antimafia, ma che di criminalità organizzata – fa notare ancora il Corriere della Calabria che puntuale come un orologio svizzero arriva sempre sulla notizia – non si è mai occupata. Nelle altre ubicazioni invece le cerimonie sono state più solenni, e si spera che la ‘ndrangheta nei comuni non ci entri per davvero. Ma si sa che chi vive sperando…

La targa risulta arrivare con un timing ancora più da presa in giro se si considera che dal 20 gennaio scorso al comune di Reggio Calabria è arrivata la Commissione di accesso nominata dal prefetto Varratta e avallata dal ministro Cancellieri. La commissione è incaricata, manco a dirlo <<di accertare la sussistenza di eventuali tentativi di infiltrazione della criminalità organizzata nell’Amministrazione comunale di Reggio>>.

Ma alla fine, citando il presidente della Regione Scopelliti, queste cose succedono perchè c’è una “cricca” di giornalisti che vuole il male della Calabria. Assunzione di responsabilità questa sconosciuta…

Luca Rinaldi

SBIRCIATO su linkiesta.it del 31/01/2012

 

E ancora.

 

L’ostruzionismo del centrosinistra fa un favore alla ‘ndrangheta

 

Oggi verrà scoperta una targa contro la ‘ndrangheta a San Donato di Ninea, comune di 1.600 abitanti nel Parco del Pollino. Contro la targa ha votato la minoranza di centrosinistra in comune, perché fa ostruzionismo contro la giunta dopo aver perso le elezioni per un voto. Una vicenda che lascia una domanda: si può votare contro l’affissione di una targa dall’indiscutibile valore civile?

 

4 novembre 2011 – 09:55

COSENZA – «Qui la ‘ndrangheta non entra, il Comune ripudia la mafia in ogni sua forma». Si può nel 2011 non essere d’accordo con una frase del genere? Certo che si può e si può anche cercare di impedire l’affissione pubblica di una targa così intitolata. E’ successo a San Donato di Ninea (Cosenza), dove l’opposizione di centrosinistra ha votato contro l’ordine del giorno presentato in consiglio comunale dalla maggioranza, che prevedeva l’apposizione della targa anti-‘ndrangheta all’ingresso del comune.

La vicenda è un po’ più articolata di quanto possa apparire e va subito detto e scritto che l’ordine del giorno è stato approvato e che la targa verrà apposta dove previsto. Tuttavia l’opposizione non ci sta ad apparire come fiancheggiatrice della ‘ndrangheta o addirittura contigua ad essa, come spiega a Linkiesta Antonio Sparano, uno dei tre consiglieri d’opposizione. «Come testimonia anche il verbale della seduta, da consiglieri di minoranza abbiamo più volte chiesto di spostare la sede fatiscente del comune in un nuovo edificio e intitolare lo stesso a Falcone e Borsellino, a testimonianza dei valori in cui crediamo», spiega al telefono il consigliere di centrosinistra.

Ma allora perché votare contro l’affissione di una targa che, sebbene potrebbe apparire retorica nel suo messaggio, acquisterebbe allo stesso tempo anche un importante valore simbolico? «Da quando non ci è stato concesso un consiglio comunale straordinario, che avevamo chiesto relativamente ai fatti successivi all’elezione del sindaco De Rose, noi tre consiglieri di minoranza abbiamo deciso di votare contro qualsiasi odg presentato dalla maggioranza», replica Sparano.

Cos’è quindi successo di così importante, dopo le elezioni del maggio scorso vinte dalla lista guidata da Francesco De Rose? La lista  “San Donato Nel Cuore” vince le elezioni comunali nel maggio 2011 per un solo voto in più rispetto alla lista “Rinascita sandonatese”, esattamente con 519 voti contro 518. Dopodichè un gruppo di cittadini presenta un esposto contro il risultato delle elezioni, ma il Tar dà ragione al sindaco tuttora in carica. «L’opposizione quindi chiede che si tenga un consiglio comunale per spiegare alla popolazione la pronuncia dell’organo giudiziario e per riappacificare il clima in paese, dopo le polemiche successive alla tornata elettorale», continua Sparano.

Ma la seduta non viene concessa e da qui comincia l’ostruzionismo della minoranza, che vota contro ogni provvedimento proposto in consiglio dalla controparte, inclusa la proposta di affissione della targa anti-’ndrangheta. Contattato da Linkiesta il sindaco di San Donato di Ninea conferma tutto: «L’opposizione di centrosinistra ritiene illegittima la mia elezione, nonostante il parere a me favorevole del Tar. Perciò – continua il sindaco De Rose – ha deciso di votare contro ogni nostro provvedimento in sede di consiglio».

«Da questo rifiuto pregiudiziale e annunciato, nasce il voto contrario dei tre consiglieri di centrosinistra alla nostra proposta di apporre la targa all’ingresso del palazzo comunale, inoltre – conclude il sindaco – a loro giudizio la targa non serve a nulla, dal momento che in regione abbiamo dei consiglieri indagati per mafia». Quest’ultima affermazione del sindaco non trova riscontro nelle parole del consigliere Sparano, il quale ci tiene a precisare «di non aver mai nominato in consiglio comunale né la regione, né i suoi consiglieri».

Tutto è bene ciò che finisce bene e come già scritto in precedenza, l’ordine del giorno della maggioranza è stato approvato e la targa verrà apposta il giorno 4 Novembre alle ore 15.30, alla presenza delle maggiori autorità amministrative, giudiziarie e religiose della provincia. Tuttavia non può restare inevasa una semplice domanda: può una pratica politica di ostruzionismo consiliare essere ritenuta più importante della lotta alla ‘ndrangheta, seppur per una volta promossa non attraverso arresti e condanne, ma con l’affissione di una targa dall’indiscutibile valore civile?

Nicola Di Turi

SBIRCIATO su linkiesta.it del 04/11/2011

 

 

 

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