Tag

, , , , , , ,

L’appello ai calabresi dopo i casi di Cacciola, Garofalo e Pesce: «La società aiuti le donne che si ribellano»

di MICHELE INSERRA

REGGIO CALABRIA – Dopo quattro anni il procuratore capo di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone si appresta a lasciare la Calabria.
Destinazione: Roma.
O meglio si appresta a sedersi su quella poltrona che per la vecchia Democrazia Cristiana equivaleva in tutto e per tutto a quella di un ministero. Ma della nuova sede romana per ora preferisce non parlare. Sta di fatto che il Csm non ha avuto alcun problema a indicare il magistrato siciliano alla guida della “giustizia” della Capitale. Per Pignatone l’apprezzamento più autorevole è giunto mercoledì scorso dal capo dello Stato Giorgio Napolitano,
che ha voluto partecipare all’ultima seduta anche se ciò non è assolutamente previsto dai protocolli.
Per il presidente della Repubblica è stata quella anche l’occasione per esortare il Csm a velocizzare tutte le altre nomine, soprattutto in quegli uffici strategici nella lotta alla criminalità organizzata. Poi ha rivolto un apprezzamento a Pignatone.
«Magistrato le cui qualità personali e professionali sono a tutti note e al quale formulo vive felicitazioni e fervidi auguri di buon lavoro» ha detto dopo l’ufficializzazione del nuovo vertice di piazzale Clodio.
Partiamo dagli ultimi successi: la cattura del latitante Rocco Aquino, l’indagine sul suicidio di Maria Concetta Cacciola e sulla ‘ndrangheta della Piana di Gioia Tauro. Volendo ripercorrere le tappe del suo lavoro, quali sono i risultati che l’hanno maggiormente gratificato?
«Al mio arrivo, quasi quattro anni fa, c’eravamo proposti una strategia articolata in quattro linee di azione: cattura dei latitanti più pericolosi, indagini sulle grandi dinastie mafiose e l’area grigia, contrasto al narcotraffico, sequestro e confisca di patrimoni illeciti. In tutti questi campi sono stati raggiunti dalla Procura e dalla magistratura reggina, grazie al lavoro delle forze di polizia, risultati significativi con le decine di operazioni di cui
avete dato ampia notizia. Se devo indicare una singola indagine non posso che citare “Crimine”, non tanto per il numero degli arrestati, ma perché ci ha consentito di ricostruire l’attuale struttura e gli assetti di vertice dell’organizzazione, perché ha dimostrato la capacità di organi diversi dello Stato di lavorare insieme per un obiettivo comune e con una strategia condivisa e, soprattutto, perché ha diffuso in tutta Italia la consapevolezza che
la ‘ndrangheta è un problema nazionale e non solo calabrese.
Naturalmente ci sono state molte altre indagini importanti ed anche ben conosciute. Non faccio i nomi di ognuna ma sottolineo che formano oggetto di processi in corso e che in molti casi hanno già portato a sentenze di condanna in primo e secondo grado».
Due donne, Maria Concetta Cacciola e Lea Garofalo, hanno pagato con la vita il fatto di essere nate in ambienti mafiosi, Giuseppina Pesce ha vissuto il suo calvario nel passare dalla parte della giustizia.
Anche il fatto che durante la sua permanenza a Reggio ci siano state donne che abbiano avuto il coraggio di dire basta rappresenta una novità. Quanto possono fare le donne per far risorgere questa terra bella e dannata?
«Le donne hanno un ruolo chiave nella società meridionale e quindi anche nella ‘ndrangheta. Sono le custodi dei valori familiari e quelle che più degli uomini influiscono sul destino dei figli e quindi sul futuro della famiglia e perciò anche dell’organizzazione criminale. Questo spiega la violenza della reazione al tentativo di Giuseppina Pesce, Maria Concetta Cacciola o Lea Garofalo di scegliere un destino diverso per sé e i loro figli. La ‘ndrangheta è consapevole che il suo destino dipende anche dalle scelte di tante donne finora silenziose e rassegnate. La società civile deve trovare il modo di aiutare queste donne a scegliere per sé e i figli un destino diverso. In questo senso l’iniziativa del direttore del vostro giornale per celebrare l’8 marzo nel nome di Maria Concetta Cacciola e Lea Garofalo è un passo importante nella giusta direzione».
Durante la sua gestione c’è stato un altro dato che non può sfuggire: il pentitismo.
In alcune circostanze è venuto meno quel vincolo di sangue che ha fatto la fortuna della ‘ndrangheta.
Anche questa volta, di fronte ad evidenze, si è cercato di far passare tra l’opinione pubblica un messaggio: l’inattendibilità dei collaboratori di giustizia. In generale che idea si è fatto?
«La decisione di persone affiliate alle organizzazioni mafiose di collaborare con le autorità dello Stato ha una enorme importanza sotto due profili diversi. Da un lato, le dichiarazioni dei collaboratori consentono di ricostruire l’organizzazione dall’interno e possono rivelare le complicità e le collusioni di cui l’organizzazione gode; dall’altro lato, la decisione di un mafioso di collaborare rompe il mito della intangibilità e invincibilità della mafia e dimostra che è possibile cambiare vita con una scelta senza ritorno. Per questo i collaboratori di giustizia sono sempre stati visti dalla mafia come un pericolo mortale e contro di loro si sono scatenate, fin dai tempi di Buscetta, le polemiche più feroci. Naturalmente cosa diversa è che le dichiarazioni di qualsiasi collaboratore vadano verificate con il massimo scrupolo secondo regole ben note, dettate dalla legge e ormai consolidate nella giurisprudenza della Cassazione».
Di area grigia si è parlato tanto. E le tensioni in ogni ambito, anche in quello della giustizia, si sono verificate appena le indagini si sono spostate oltre gli uomini di ‘ndrangheta. E’ un caso?
«Cominciamo dai fatti concreti. Com’è stato rilevato di recente, nel corso di questi anni sono decine e decine gli appartenenti all’area grigia (imprenditori, pubblici funzionari, uomini politici e pubblici amministratori)  che sono stati tratti in arresto grazie alle indagini di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza in esecuzione di provvedimenti dei giudici; molti sono stati già condannati. Abbiamo già visto in passato, in Sicilia e altrove, che questo tipo di risultati dell’azione giudiziaria determina polemiche e tensioni. A Reggio c’è stata a mio avviso una strategia della confusione che ha cercato di mettere sullo stesso piano chi con i mafiosi tratta e fa affari e chi i mafiosi persegue e li arresta. Ho detto più volte che tutte le accuse lanciate da qualcuno con grande enfasi dovevano essere verificate davanti ai giudici competenti. Così è stato. Il vostro direttore ha già evidenziato giorni fa come siano state smontate le accuse relative alla collaborazione di Giuseppina Pesce e al suicidio di Maria Concetta Cacciola; il procedimento instaurato contro il dirigente della Squadra Mobile Renato Cortese e contro il Comandante del Ros Stefano Russo a seguito delle lettere del capitano Saverio Spadaro Tracuzzi, è stato archiviato dal Gip di Santa Maria Capua Vetere. Resta l’amarezza per il fango gettato contro servitori dello Stato di eccezionale valore. Naturalmente sono convinto che la strategia della confusione continuerà. Chi vuole troverà sempre nuovi pretesti».
Quanto c’è ancora da fare nel contrasto all’area grigia?
«E’ chiaro che c’è moltissimo da fare. Le mafie non sarebbero quello che sono se non ci fosse l’area grigia. Però rispetto al passato conosciamo meglio il fenomeno e siamo quindi in condizioni di contrastarlo meglio. Credo che sia un risultato significativo avere accertato e sanzionato in sede processuale casi, anche assai gravi, di collusione con politici, imprenditori di rilievo, uomini degli apparati dello Stato e così via».
E’più marcia la politica, l’imprenditoria, la società o certi organi di informazione in Calabria?
«Compito della magistratura è perseguire le responsabilità individuali; le indagini dimostrano però che non ci sono settori della società assolutamente immuni dal rischio del contagio mafioso come non ci sono settori in cui tutti sono colpevoli».
Quanto è ancora forte la ‘ndrangheta? Crede che sia veramente invincibile? A Palermo dopo i periodi bui c’è stato negli anni un risveglio sociale e delle coscienze. Avverrà anche per Reggio?
«La ‘ndrangheta è sempre fortissima. Non si risolvono in pochi anni problemi ultra secolari come la presenza delle mafie. Io spero che la nostra azione abbia fatto crescere in questi anni la fiducia e la speranza delle persone perbene e che queste trovino la forza e i modi per fare sentire la loro voce. Proprio perché la ‘ndrangheta, come tutte le mafie, non è solo un fenomeno semplicemente criminale, la reazione della società civile è indispensabile
per ridimensionarla prima e sconfiggerla poi. Non è un obiettivo immediato ma è un risultato possibile, specialmente se -come sta avvenendo – tutto il Paese è consapevole che si tratta di un problema nazionale.
E’ chiaro poi che neanche questo basta. Come ha detto il Presidente della Repubblica nell’aula bunker di Palermo, per sconfiggere le mafie contano poi “la qualità della politica, il prestigio delle istituzioni democratiche, l’efficienza e trasparenza delle pubbliche amministrazioni”. Conta la crescita della coscienza civica e della fiducia nello Stato di diritto: fiducia che costituisce un vero e proprio “capitale sociale”. E conta ogni intervento capace
di incidere sul divario tra Nord e Sud, sull’arretratezza, per molteplici aspetti, delle condizioni del Mezzogiorno, sulla carenza di prospettive di occupazione qualificata».
I commercianti, seppur in maniera tiepida hanno cominciato a denunciare. E’ un buon segnale o sono soltanto casi isolati.?
«Al momento si può solo parlare di qualche segnale incoraggiante».
Più volte lei ha denunciato il “cono d’ombra” dell’informazione in Calabria. Crede che i giornali abbiano svolto appieno il loro compito?
«Rispetto a quattro anni fa l’attenzione degli organi di informazione nazionale è certamente cresciuta ma solo in modo saltuario e a volte occasionale. Di fatto, salvo eccezioni, l’isolamento informativo continua ».
Dovendo fare un appello a Reggio e alla Calabria, che direbbe?
«Dal mio punto di vista di Procuratore della Repubblica e senza pretesa di dare lezioni a nessuno, mi auguro che non si ceda né alla tentazione di sottovalutare il pericolo costituito dalla ‘ndrangheta né alla rassegnazione di fronte alla sua forza e alla sua pretesa invincibilità».

SBIRCIATO su IL QUOTIDIANO DELLA CALABRIA del 18/02/2012

 

SBIRCIAPAOLA ricorda il post dell/11/02/2012 “Tre donne coraggio. Il simbolo dell’8 marzo” e “Qui la ndrangheta non entra” del 12/02/2012.

Annunci