Tratto da "l'album di famiglia" di domenica 4 marzo 2012 su Calabria Ora.

Di BRUNOGEMELLI

Gaetano Salvemini soleva dire: «L’imparzialità è un sogno e la probità è un dovere». Anticipò il sociologo Edward Banfield che ebbe il merito di introdurre nella letteratura meridionale, nella sociologia dei bisogni e nell’antropologia dei comportamenti il tema del familismo amorale. Argomento amaramente trattato sul filo dell’ironia da Ennio Flaiano, “tengo famiglia”, e, ancor prima, da Leo Longanesi.
Marie Curie vinse il Nobel insieme al marito Pierre, e qualche anno dopo lo stesso premio andò alla loro figlia Irene, sempre con il consorte. In famiglia il talento era di casa. Non sempre accade lo stesso dietro quei cognomi che, a scorrere la rubrica telefonica delle università italiane, si ripetono pagina dopo pagina. «Measuring Nepotism: the Case of Italian Academia» è il titolo della ricerca di Stefano Allesina, cervello in fuga che da Carpi è volato a Chicago, dove si occupa di modelli matematici applicati all’ecologia. Misurare il nepotismo, calcolare il peso dei baroni. D’accordo, ma come? Spulciando la banca dati del ministero dell’Istruzione, questo ricercatore di 35 anni ha controllato quante volte lo stesso cognome si ripete dentro le nostre 94 università. Un lavoro lungo ma in fondo semplice, statisticamente quasi rozzo. Perché avere lo stesso cognome non vuol dire per forza essere parenti, visto che ci possono essere casi di omonimia. E perché le vie del nepotismo sono infinite, con la possibilità di concedere la spintarella ad amici, cugini e magari amanti che si chiamano in altro modo e quindi sfuggono ad un controllo del genere. Ma, attenzione, c’è anche il nepotismo al contrario. In un paese schierato contro i giovani non si esita ad accusare di nepotismo i figli anziché i padri. E più bravi sono i figli, più pesanti sono le accuse.
Un piccolo episodio di nepotismo in sedicesimo uscito dalla cronaca rossanese ci riporta alla quotidiana consuetudine del desco familiare. Niente di clamoroso, morboso o straordinario. Cronaca minuta, minima, che evapora al contatto dell’aria. Si racconta del consigliere regionale Geppino Caputo, già sindaco di Rossano, che si sarebbe dimesso da assessore comunale per lasciare il posto al figlio Guglielmo. E qualche settimana fa è stato eletto segretario cittadino dell’Udc di Catanzaro Gianluca Tassone, figlio dell’on. Mario Tassone. Niente di personale. Anche perché, ripetiamo, sovente capita che i figli siano migliori dei genitori. E poi non si vede perché ai figli non debba essere data la possibilità
di percorrere la strada intrapresa dagli avi. Anche se non guasterebbe la misura e la sobrietà.
Sentiamo già le obiezioni e il fiato dei permalosi. Moralismo un tanto al chilo, qualunquismo, antipolitica. Non è difficile ammettere che siamo tutti nella stessa barca. Il nepotismo, in questo caso calabro, riguarda tutte le categorie. Compresa quella dei giornalisti. Occorre diffidare dalle generalizzazioni. Le prediche non contano. Conta la condotta. Ma anche il diritto di cronaca. Che registra non tanto e non solo i fatti quando emergono ma anche la periodicità e la modalità con la quale si producono questi fatti.
Se volessimo fare una comparazione, e restando nel recinto della politica, ci accorgeremmo che le regioni che circondano la Calabria, ossia Sicilia, Basilicata, Campania e Puglia, sono molto più amorali. Per audacia e diffusione delle parentele. Anche le dinastie calabresi sono tutto sommate limitate in un arco temporale molto lungo. Si ricordano i Mancini di Cosenza, i Principe di Rende, i Tripodi di Polistena, i Covello di Cosenza, i Trematerra di Acri, i Gentile di Cosenza, gli Sculco di Crotone, i Guerriero di Catanzaro, i Basile di Vibo Valentia. Quello che ha offerto la memoria.

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