La famiglia scrive a Giuseppina Pesce: le lettere ricevute in carcere

di Claudio Cordova – Pressioni continue, ricatti morali in cui di mezzo ci vanno figli e sorelle, velate minacce. Uno spaccato estremamente complesso emerge dalle lettere ricevute in carcere da Giuseppina Pesce. La donna, componente della celebre famiglia di ‘ndrangheta di Rosarno, una delle cosche più ricche e potenti in circolazione, ha vissuto, negli ultimi mesi, un percorso assai tribolato: arrestata nell’ambito del procedimento “All inside”, decide di passare dalla parte della giustizia iniziando a collaborare con gli inquirenti, poi recede dalla decisione, finendo anche in carcere per violazione degli arresti domiciliari. Infine ritorna a collaborare, smentendo la circostanza di essere stata indotta dai magistrati a rilasciare dichiarazioni, fornendo informazioni false sul conto dei propri congiunti.

E le lettere ricevute in carcere riguardano proprio il periodo in cui Giuseppina Pesce ha deciso di ritornare a collaborare con la Dda di Reggio Calabria, con il sostituto procuratore Alessandra Cerreti, in particolare. Proprio il pm Cerreti, insieme alla collega della Procura di Palmi, ha depositato le lettere ricevute da Giuseppina Pesce nel corso dell’ultima udienza del procedimento “All inside”, che vede alla sbarra, a Palmi, esponenti di spicco del clan Pesce. E’ stata la stessa Giuseppina Pesce, nell’interrogatorio del 27 settembre scorso, a fornire agli inquirenti le lettere in questione, così come aveva preannunciato.

Già il 24 giugno scorso, dal carcere di Sulmona, il marito della Pesce, Rocco Palaia, scrive una missiva in cui prova a imbonire la donna: “Le polemiche lasciamole per quando usciamo, anzi quando usciamo facciamo finta che non è successo mai niente, promesso”. L’obiettivo dell’uomo sarebbe, probabilmente, quello di scongiurare qualsiasi pericolo di ripensamento: tentativo vano, però, perché proprio in quei giorni Giuseppina Pesce invierà, a stretto giro, due lettere al pm Cerreti annunciando la volontà di ricominciare a collaborare.

La voce sulla nuova scelta della Pesce viaggia veloce e i familiari non esitano a manifestare, nei giorni successivi, il proprio pensiero. E’ il 18 luglio ed è ancora il marito Rocco Palaia a scrivere, ma questa volta i toni sono molto diversi rispetto alle lettera di circa un mese prima: “Ti faccio sapere che a tuo padre e a zio Pino li hanno premiati, gli hanno dato il 41 (bis, ndr) e sai benissimo chi gliel’ha fatto dare”. Rocco Palaia colpevolizza la moglie per le proprie dichiarazioni, puntando sulle conseguenze ricadute sui parenti e si rivolge alla donna con toni molto duri: “Poi mi dici che ti informerai se vado a operarmi. Tu forse non hai capito che il mio nome con i tuoi informatori non ti devi permettere a farlo. Per quanto riguarda che io mai e poi mai perderò i miei figli non ti fare questo problema, sono cose che mi vedo io”. Il cognato di Giuseppina Pesce, Gianluca Palaia, aggiunge ulteriori frasi in un’altra missiva: “Tante persone stanno male come te, ma pure stanno dentro. Non è giusto che per stare meglio tu devono pagare altre persone innocenti, sai che a tuo padre e a tuo zio gli hanno dato il 41bis?”.

I Palaia, dunque, mettono in mezzo figli e sorelle e parenti in generale. Lo stesso Rocco Palaia, nella medesima lettera del 18 luglio userebbe la sorella di Giuseppina Pesce come ulteriore ricatto morale nei confronti della donna: “Se ti può interessare è venuta S. a trovarmi, era avvelenata e ha tanta ragione”. Una circostanza riferita anche dal cognato Gianluca Palaia: “Piangeva come una bambina”. Cinque giorni dopo, il 23 luglio, è invece la cognata Angela Palaia a scrivere a Giuseppina Pesce. E ancora una volta di mezzo ci vanno i figli, il maschio, in particolare: “Ti chiedo a nome di tutti noi compreso Rocco (Palaia, marito della Pesce, ndr) lascia T. qui, è terrorizzato solo a pensarci, si nasconde gli sembra che se lo vengono a prendere, io gli ho detto che lo portano da te e lui ha detto che non vuole che lui vuole restare qua. Penso che prenderebbe un altro trauma e tu lo sai che già ha abbastanza problemi, penso che alla felicità di tuo figlio ci tieni, lo faresti solo soffrire”. Una richiesta accorata, quella di Angela Palaia, che però Giuseppina Pesce interpreta come un tentativo di “assicurare” un futuro criminale al bambino, in quanto di sesso maschile, tenendolo sotto la cappa protettrice della famiglia.

E i figli stessi, secondo quanto dichiarato dalla Pesce al pm Cerreti, sarebbero stati usati per convincerla a non collaborare con gli inquirenti, tramite l’invio di lettere scritte sotto dettatura dei familiari. Come quella in cui la figlia critica aspramente la decisione di ritornare a collaborare: “Io non sono d’accordo con te perché stai sputando nel piatto dove hai mangiato” scriverà la figlia dopo aver ribadito la volontà di non voler raggiungere la madre nella località protetta assegnatagli. Una lettera difficile da leggere per una mamma: “Io non so quello che ti hanno promesso e sinceramente non mi interessa, io voglio farti una domanda e rifletti bene su questa frase: per te è più importante quello che ti promettono loro oppure è più importante la tua famiglia e la nostra felicità?”. Una lettera dura che però verrà rettificata, smentita, dalla figlia, con una missiva successiva: “Nella lettera precedente ti avevo detto che non venivo però non era una scelta mia, non era una scelta fatta con il cuore. Cara mamma la mia vita sei tu e nessun altra”.

La Pesce, peraltro, sarebbe doppiamente colpevole. Di aver collaborato, in primis, ma anche di intrattenere una relazione extraconiugale con un uomo, affronto non da poco in una società come quella rosarnese. Ed è proprio con riferimento a tale relazione che il marito Rocco Palaia scrive alla donna, per la quale Giuseppina Pesce nutriva sentimenti di affetto, la testimone di giustizia Maria Concetta Cacciola, morta in un sospetto caso di suicidio dopo aver intrapreso la collaborazione. Scrive Palaia nella lettera del 24 giugno: “E’ successo a Rosarno un caso simile al tuo ma proprio simile no, altrimenti non ero di sicuro a scriverti (scemo sì, ma non fino a questo punto). Te la ricordi a Cetta, la figlia del gemello C. che abita vicino al market che ha il marito in carcere? Dice che aveva una relazione extraconiugale (chimmu ammazzanu, [che lo ammazzino, ndr]) forse con un poliziotto. Dice che si è accorta che i suoi l’hanno scoperta e cosa fa? Chiama la Polizia e se ne va sotto protezione […] Dice che sta facendo dichiarazioni. Comunque ne combinate di tutto e di più, ma la tua situazione è stata molto diversa, apposta ti hanno perdonata tutti, il primo io”.

Di tenore decisamente diverse, invece, sono le frasi che lo stesso Rocco Palaia scrive il 18 luglio, quando ormai è abbastanza nota la circostanza che Giuseppina Pesce abbia ripreso a collaborare con il pm Cerreti della Dda di Reggio Calabria: “Ti risulta che in diciotto anni tranne mio fratello o il tuo ha dormito qualcuno a casa nostra? Ma una cosa è sicura qualcuno un giorno mi dovrà dare tante spiegazioni”.

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NEI RACCONTI DELLA PENTITA DELLA FAMIGLIA MAFIOSA DI ROSARNO C’È SPAZIO ANCHE PER UN SINGOLARE CASO DI RAPIMENTO IN FAMIGLIA, CON  TANTO DI MITRA

Ndrangheta: volto coperto e mitra per rapire la moglie, Giuseppina Pesce racconta.

Rosarno (Reggio Calabria) – Tua moglie ti lascia e vuoi riconquistarla? Fai un blitz in casa sua con un mitra e rapiscila. Sembrerebbe uno spot pubblicitario “pro-rapimenti”, una scena da film, o uno scherzo di cattivo gusto. Invece è la realtà: è quanto successo alla moglie di Francesco Pesce, primogenito del boss Salvatore, che aveva deciso di lasciarlo ed era tornata in casa dei suoi genitori. Di tutta risposta il giovane rampollo del clan ‘ndranghetista di Rosarno, ha cercato di sequestrarla facendo ingresso in casa dei suoceri armato di kalashnikov e spalleggiato da altri uomini anch’essi armati, tutti con il volto coperto. Un rapimento in pieno stile terroristico, non riuscito però.

A raccontare l’episodio è Giuseppina Pesce, sorella di Francesco, oggi pentita e impegnata a collaborare con la Direzione distrettuale antimafia di Reggio. Così, la collaboratrice di giustizia ha raccontato anche dell’a dir poco singolare tentativo di sequestro della moglie tramite blitz armato messo in piedi da Francesco Pesce, classe ’84 quindi all’epoca poco più che ventenne. L’episodio risalente al 2006 emerge dai verbali contenenti le nuove dichiarazioni di Giuseppina Pesce, parte dell’incartamento relativo al processo “All inside” che si sta celebrando davanti al Tribunale di Palmi contro la famiglia egemone a Rosarno. Formulati, dunque, a carico degli imputati nuovi atti d’accusa. E tra gli episodi raccontati dalla pentita ci sarebbe anche una rapina, compiuta circa 6 anni fa in un gioielleria di Rosarno, ad opera dello stesso Francesco Pesce, accompagnato da Rocco Carbone (entrambi a volto coperto) e da altri “due tizi milanesi…”, svela l’altra collaboratrice di giustizia Rosa Ferraro, entrati a volto scoperto senza timore di essere riconosciuti. Tra le nuove imputazioni ai danni del clan Pesce, inoltre, ce ne sarebbe una anche a carico di un impiegato del Comune di Rosarno, reo di aver fornito agli uomini del clan alcuni moduli prestampati che sarebbero serviti per certificare rapporti di parentela falsi, inesistenti, per consentire l’autorizzazione ai colloqui in carcere.

Tutte accuse mosse sulla basse di dichiarazioni importanti, pesanti, quelle di due persone interne alla famiglia: Giuseppina Pesce e Rosa Ferraro, cognata del boss Pesce; parole che si intersecano e combaciano, e quasi sempre corrispondono a realtà. Come la presenza del bottino della rapina raccontata prima nella casa della nonna di Giuseppina: un tesoretto di oltre 200mila euro che i carabinieri hanno trovato andando a colpo sicuro.

Federico Lamberti

Sabato 24 dicembre 2011

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