La Procura di Palmi ricostruisce l’incubo di Maria Concetta Cacciola, “suicidata” dai suoi familiari

di Francesco Creazzo – Sono gli stessi inquirenti a dire che la storia di Maria Concetta Cacciola, detta Cetta, sembra tratta da un film. Un film dal finale drammatico, un film di cui oggi gli inquirenti scrivono il ‘’sequel’’, ottenendo dal Gip un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per il reato di maltrattamenti in famiglia, aggravati dalla morte, a carico del fratello di Cetta Cacciola, Giuseppe, del padre Michele e della madre Anna Rosalba Lazzaro.

La tesi degli inquirenti è che la collaboratrice di giustizia, che si è suicidata il 20 agosto scorso ingerendo acido muriatico, abbia deciso di compiere l’estremo gesto proprio a causa dei presunti maltrattamenti fisici e psicologici subiti in famiglia. Maltrattamenti che l’avevano indotta a fuggire collaborando con la giustizia, salvo poi ritornare per amore dei tre figli e per una complessa situazione di sensi di colpa e rimorsi che la giovanissima madre provava.

LE IPOTESI DELLA MAGISTRATURA:

1. I presupposti

La famiglia Cacciola di Rosarno, a quanto dicono gli inquirenti, è una famiglia legata alla ndrangheta. La stessa Cacciola lo dichiarerà agli inquirenti e a un uomo conosciuto su una chatline virtuale. L’ipotesi sarebbe confermata, oltre che dai precedenti penali del padre e del fratello, dalla parentela con la cosca Pesce-Bellocco (la pentita Giuseppina Pesce è cugina di Cetta Cacciola), e dal fatto che il marito della donna Salvatore Figliuzzi sta attualmente scontando 8 anni di carcere per associazione a delinquere di stampo mafioso: è stato arrestato nel 2002, nell’ambito dell’operazione ‘’Bosco Reale’’.
‘’…a 13 anni sposata per avere un po’ di libertà… credevo potessi tutto, invece mi sono rovinata la vita perché non mi amava né l’amo, e tu lo sai… ….Non abbatterti perché non lo farai capire ai miei figli datti forza per loro, non darglieli a suo padre non è degno di loro…’’. Questo scrive Cetta Cacciola, riguardo al marito in una straziante lettera alla madre. Una relazione di cui si pente: una ‘’fuitina’’ di gioventù risultata in un matrimonio prematuro, e in tre figli avuti giovanissima. E’ per questo che, mentre il marito è in carcere, Cetta conosce altri uomini.

2. Le lettere

La libertà di Cetta dura solo qualche anno: nel giugno 2010 a casa Cacciola cominciano ad arrivare lettere anonime che informano la famiglia del fatto che la giovane donna aveva relazioni extraconiugali con un uomo di Reggio Calabria. A questo punto scatta la repressione: la già scarsa libertà di Cetta viene ulteriormente limitata e lei costretta a non abbandonare mai la casa, e viene anche duramente percossa dal padre e dal fratello che le rompono o incrinano una costola. Non si sa se la costola di Cetta è rotta o incrinata: non le viene consentito di recarsi in ospedale per gli accertamenti, viene curata in casa dal medico di fiducia della famiglia.
Fino al maggio 2011 Cetta Cacciola è costretta a rimanere a casa, in un ambiente familiare in cui riceve continui maltrattamenti e pressioni, oltre ad essere, nelle rare occasioni in cui esce da casa, costantemente pedinata dal fratello Giuseppe.

3. La fuga.

L’11 maggio 2011, ‘’approfittando’’ del fatto che i carabinieri avessero sequestrato il motorino del figlio 14enne, Cetta si reca presso la tenenza dell’Arma a Rosarno, dove racconta per la prima volta i maltrattamenti che subisce, dichiarandosi in seguito disposta a collaborare spontaneamente nella qualità di testimone di giustizia, pur di fuggire dalla propria casa.
Nel maggio 2011, quindi, manifesta la volontà di allontanarsi da Rosarno, sottoponendosi volontariamente al programma di protezione. Nel farlo ribadisce più volte, davanti ai militari dell’arma, che se i suoi familiari avessero saputo della sua collaborazione l’avrebbero ‘’ammazzata’’. ‘’..mio fratello ha un brutto carattere ed è capace di fare qualsiasi cosa, anche di farmi sparire’’ dice ai carabinieri Cetta, temendo per la propria incolumità e forse anche per la propria vita. E’ così che da giugno a fine luglio 2011, la donna viene fatta fuggire da Rosarno, e portata in una struttura alberghiera del cosentino, dove trascorre il primo periodo della sua ‘’nuova’’ vita sotto protezione.  Poi, a fine mese, viene trasferita prima a Bolzano, e poi a Genova. Ma il 2 agosto, Cetta non regge più al rimorso di aver abbandonato i figli e a quello legato al ‘’dispiacere’’ che stava dando alla madre. Telefona a casa e riferisce alla madre di voler tornare a casa, chiedendo che la famiglia andasse a prenderla nel capoluogo ligure. Così avviene, anche se la Cacciola, ancora titubante sulla decisione, lascia ai carabinieri l’indirizzo di una casa dove lei e la famiglia avrebbero fatto tappa durante il tragitto di ritorno. E’ proprio a Reggio Emilia che la donna torna indietro sui suoi passi: chiama il servizio centrale di protezione e si fa riportare a Genova.

4. Il calvario

Tornata a Genova, Cetta è ancora combattuta sul da farsi. Di certo non le giovano i continui ricatti morali della famiglia: al telefono le fanno sentire la figlia più piccola che piange, e in più ha ancora paura della reazione del fratello, pur convinta che il padre l’avrebbe perdonata.
Si sfoga così il 6 agosto al telefono con un’amica: ‘’Io non so.. io non ho l’idea.. io vorrei tornare a casa mia per i miei figli.. perché i figli non me li mandano.. non vedi che non me li hanno mandati? AMICA : Ah non te li hanno mandati i figli?
Cacciola Maria Concetta : Non me li hanno mandati i figli e non me li mandano perché loro hanno capito che se mi mandano i figlia è finita non torno più.
AMICA :  Ah quindi tu .. incomp… e figli non te li hanno mandati.
Cacciola Maria Concetta : No.. no non me li hanno mandati io li ho cercati e non me li hanno dati.. hai capito?….
…..Cacciola Maria Concetta : (la madre, ndr) Cerca di riportarsi la figlia,mio papà invece ha due cuori, la figlia o l’onore?’’.

La donna decide quindi di voler rivedere i figli, convinta della comprensione della madre, del perdono del padre e della vigilanza di questi sull’intemperante fratello.
Ma si sbaglia: il 9 agosto torna a casa per scoprire che l’unico interesse della famiglia è quello di farle ritrattare tutte le dichiarazioni rese durante il periodo di protezione. E’ per questo che Cetta viene costretta a registrare una dichiarazione nella quale dice: ”…Erano.. and.. arrivate lettere anonime, mi alzavano le mani, ti chiudevano a casa, non potevi uscire, non potevi avere amicizie. Si precisa che da un paio d’anni che… c’era ‘sta storia. Poi, da quando sono arrivate queste lettere anonime non si viveva e ero arrabbiata…. da loro. Volevo fargliela pagare, quindi la mia cosa quando sono andata, ho parlato con i Carabinieri dicendo che che io ho problemi con la… con i miei, la mia famiglia, che ho paura che mi succede qualcosa con mio padre e mio fratello Giuseppe e mio padre Michele non mi facevano uscire. Dopo qualche giorno, mi hanno detto di si che devono , e poi è arrivato un comandante. Da li è successo che mi hanno sentito, gli ho detto delle cose per arrivare allo scopo di andare via da casa. Dicevo, ho detto pure delle cose che mi sono infangata anch’io stessa, per il fatto di andarmene via da casa mia, perché quella era mia cosa: di fargliela pagare! La rabbia, poi, mi ha detto mi hanno detto di si. Dopo due giorni, sono mi hanno riconvocato in caserma sempre con la scusa della moto. Sono arrivata e c’era una macchina pronta e sono venuti due magistrati a parlare con loro. Meglio, all’inizio mi sentivo confusa… tante cose … però, poi, ho che.. che…. volevo andare via ed ero disposta a dire cose che non c’erano, che non esistevano, sempre perchè io volevo andare via e gliela volevo far pagare e liberarmi di tutta sta sofferenza e tutto. Dopo mi fa il magistrato dice:…. Perché…..Ed è successo così, no il sabato sono venuti a prendermi, mi hanno telefonato, mi hanno detto chee…. che stanno arrivando per prendermi, che  che….. era scattato il piano protezione… poi mi hanno portato a Cosenza. Dopo tre giorni, sono venuti di nuovo i magistrati,  tutti e due, facendo pressione su delle cose, su delle famiglie. Io, sempre perché ero presa di rabbia, dicevo… poi mettevo sempre io mio padre, mio fratello, sempre in tutto….. perché? Perchè ce l’avevo con loro e quindi gliela voler far pagare a tutti e due…..(pausa)…. nemmeno… poi li gli dicevo…. Sono an…. ritornati di nuovo dopo un altro paio di giorni. Sono stata un mese e mezzo a Cosen… un mese quasi e mezzo a Cosenza. Poi ho.. telefonato dicendo che c’erano persone, che io avevo paura, e mi voglio spostare, e da lì mi hanno portato a Bolzano…. A Bulzano io già a Bolzano avevo intenzione di tornare indietro perché mi stavo rendendo conto quello che stavo combina….. perché per rabbia dicevo cose che non c’erano. …”.

Ma il 17 agosto la donna non riesce più a reggere il peso psicologico delle pressioni: chiama i carabinieri, decisa a usufruire nuovamente del programma di protezione, cercando di concordare addirittura un metodo per allontanarsi da casa, data la costante sorveglianza dei familiari.

5. Il suicidio e le fasi successive

Purtroppo però, Cetta si allontanerà da casa soltanto 3 giorni dopo, già deceduta a causa dell’ingestione di acido muriatico, trasportata in auto dal padre al pronto soccorso dove i medici possono soltanto constatarne la morte dopo aver cercato invano di rianimarla.
I familiari della Cacciola si recano pochi giorni dopo alla procura di Palmi per consegnare un esposto contenente la registrazione con la quale la donna ritrattava tutte le dichiarazioni fatte e una denuncia nei confronti dei carabinieri nella quale la famiglia Cacciola sostiene che i militari dell’arma avrebbero sostanzialmente approfittato di una presunta situazione psichiatrica di depressione della giovane donna: al fine di trarre informazioni per altre indagini, accusano i Cacciola, i carabinieri avrebbero prospettato alla 31enne rosarnese una situazione di vita migliore.

Ovviamente le tesi dei magistrati tendono a smontare l’esposto tempestivamente presentato dai Cacciola, cercando di provare che Maria Concetta non avesse alcun problema psichiatrico e non assumesse antidepressivi, come invece suggerito nell’esposto dei familiari.
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Sarà il processo a decidere se Maria Concetta Cacciola si è suicidata a causa di una situazione familiare indubbiamente complicata: sarà il giudice a decidere se i familiari di Cetta sono colpevoli o innocenti in relazione ai reati a loro contestati.
Quello che emerge al di là del diritto, però, è uno spaccato sociale drammatico e feroce. Il volto di una società in cui l’ ”onore” è una costante assoluta, di cui si deve tener conto sempre, anche di fronte alle tragedie più grandi.

Le indicazioni della Cacciola ”fermano” 11 persone vicine alla cosca Pesce

di Francesco Creazzo – Sono proprio le dichiarazioni che Maria Concetta Cacciola ha rilasciato agli inquirenti durante la sua breve collaborazione, oltre a quelle della cugina Giuseppina Pesce, ad aver consentito alla Dda di effettuare stamani 11 fermi per il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso a carico di persone in ipotesi legate alla cosca Pesce di Rosarno.

Oltre agli elementi forniti dalle due collaboratrici rosarnesi, decisivo il rinvenimento e il sequestro da parte di un agente della polizia penitenziaria di Palmi (al quale poi sarebbe stata incendiata l’autovettura, probabilmente per ritorsione, secondo gli inquirenti), di un ”pizzino” manoscritto dal presunto boss Francesco Pesce (cl. 78). Sono, per la magistratura, le volontà del boss appena entrato in carcere, volontà che avrebbero dovuto trapelare all’esterno.

”Fiore per mio Fratello”: un’espressione con la quale Francesco Pesce cede il comando della copsca a favore del fratello Giuseppe, allo stato latitante, oltre a indicare una cerchia di ”fidatissimi” da affiancare al nuovo reggente: ”Rocco Messina, Pino Rospo, Muzzupappa Ninareddo, Franco Tocco, Paolo Danilo” scrive Francesco Pesce. Alcuni dei soggetti, ovviamente, sono indicati con dei soprannomi, ma sono stati fermati nell’operazione di stamani.

Nella seconda parte del breve pizzino, però, Francesco Pesce scrive quelle che secondo la magistratura antimafia sarebbero istruzioni legate all’attività economica della cosca.

”Biase Soldi Polacca”: secondo gli inquirenti un modo per indicare che Biagio Delmiro consegnasse soldi a una cittadina straniera (non fermata) perchè corrispondesse a Domenico Fortugno una certa cifra. Secondo gli inquirenti tale attività sarebbe stata di carattere periodico e continuativo nel tempo.

”Geometra Luca Santino”: dispone secondo la Dda il rito d’affiliazione alla ndrangheta (Santino) di Berrica Giovanni Luca.

”Saverio tuo cognato i 7 di Peppe Rao li da a me veditela tu per questo digli queste cose”: I ”7” starebbe ad indicare una ingente somma di denaro percepita in modo fisso e inserita nel ”fondo” della cosca, che a partire dal momento della ricezione del messaggio avrebbe dovuto essere deviata a favore del nucleo familiare del boss a causa della sua detenzione. I soggetti coinvolti dunque, sarebbero Giuseppe Rao, Saverio Marafioti e Antonio Pronestì, tutti destinatari di fermo.

Lo stesso Marafioti, infatti, stando alle accuse, non sarebbe un semplice muratore, ma un vero professionista dedito alla costruzione e alla progettazione di bunker nei quali gli ndranghetisti si sarebbero potuti occultare per sottrarsi alle operazioni delle forze dell’ordine. A sostegno di questa tesi, oltre alle dichiarazioni delle due collaboratrici di giustizia, le intercettazioni ambientali e telefoniche che confermerebbero l’effettiva partecipazione dei soggetti ”elencati” nel pizzino alle attività criminali della cosca Pesce.

I nomi dei soggetti fermati:

Pesce Giuseppe

Alviano Giuseppe

Berrica Giovanni Luca

D’Amico Danilo

Delmiro Biagio

Fortugno Domenico

Marafioti Saverio

Messina Rocco

Muzzupappa Francescantonio

Rao Giuseppe

Tocco Francesco Antonio

SBIRCIATO su strill.it

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