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Domenica, 12 giugno 2005
Politico senza titolo di studio lamenta “grave campagna diffamatoria“ e chiede un miliardo di danni. Il giudice dà ragione al giornalista: “Fatti storicamente veri. Ironia e sarcasmo non fanno reato”.

Una lezione dalla Calabria. Il giornalista si è “riservato di agire in separato giudizio al fine di formulare una richiesta risarcitoria per i danni subiti a livello fisico e da immagine“. Questa
iniziativa costituisce un precedente innovativo, che i giornalisti italiani farebbero bene a seguire, quando vengono presi di mira incautamente dalle cosiddette ”autorità” a scopo intimidatorio.

Cosenza, 12 giugno 2005. Il Tribunale civile (in composizione monocratica con la  dottoressa RosangelaViteritti) ha rigettato la domanda di risarcimento danni (per un miliardo di vecchie lire) presentata nel 2001 dall’allora presidente dell’Arssa, Antonio Pizzini contro il giornalista Guido Scarpino per “una grave campagna  diffamatoria perpetrata ai suoi danni“ attraverso la redazione di “numerosi articoli (otto in tutto, ndr) accomunati da un’unica circostanza: la diffusione reiterata di notizie assolutamente false e tendenziose“. Antonio  Pizzini è stato difeso dall’avvocatoOreste Morcavallo, mentre il giornalista è stato patrocinato dall’avvocato Enzo Lo Giudice. Era stata chiesta la condanna del giornalista per “i danni arrecati alla reputazione, al prestigio, all’immagine e all’onore“ del Pizzini. In una fase successiva, tra l’altro,  era stata chiamata in causa anche la società Il Mezzogiorno Spa (editrice del quotidiano “La Provincia cosentina” di cui Guido Scarpino è redattore), che si  è costituita con l’avvocatoEugenio Conforti.

Nella sentenza si legge: “Le modalità espressive utilizzate per descrivere e commentare fatti, benché appaiono a volte ironiche e sarcastiche, devono ritenersi giustificate dall’esimente del diritto di critica, posto che le espressioni utilizzate, prendendo spunto da un fatto realmente accaduto, costituiscono il frutto di giudizi e valutazioni personali dell’autore, che nella qualità di giornalista ritiene di valutare l’operato e l’attitudine dei politici locali e dei dirigenti di organismi pubblici, qual è l’Arssa“.  Arssa sta per “Agenzia regionale per i servizi e lo sviluppo in agricoltura” (un vecchio carrozzone oggi  forte di appena 400 dipendenti).

E ancora afferma la sentenza: “L’intento dell’autore – prosegue il giudice in relazione agli scritti sulla presunta mancanza di requisiti del presidente dell’Arssa – sostanzialmente è quello di rimuovere rilievi polemici sul fatto che a capo dell’Arssa sia stato posto un politico che non vanta titoli di studio (avendo il Pizzini conseguito la maturità classica) ovvero esperienza professionale (essendo egli impiegato della Telecom) attinenti allo scopo sociale dell’ente predetto e non già quello di esprimere giudizi sulla persona del presidente, che non è stata affatto interessata ed attaccata con l’attribuzione di fatti disdicevoli“.

La dottoressa Viteritti rileva infine che il giornalista “non ha remore“ a far pubblicare articoli “interamente a difesa della figura del Pizzini“, sottolineando, infine, che gli scritti censurati rispondono ai requisiti di verità sostanziale dei fatti, continenza e interesse pubblico della notizia. “Tenuto conto delle esaustive motivazioni in ordine ad ogni punto della domanda rigettata, le quali appaiono incontrovertibili ed insuscettibili di riforma,
accogliendo in pieno la tesi prospettata dall’avvocato Lo Giudice
“, il giornalista si è “riservato di agire in separato giudizio al fine di formulare una richiesta risarcitoria per i danni subiti a livello fisico e da immagine“. Questa iniziativa costituisce un precedente innovativo, che i giornalisti italiani farebbero bene a seguire, quando vengono presi di mira incautamente dalle cosiddette ”autorità” a scopo chiaramente intimidatorio.

SBIRCIATO e spolverato da odg.mi.it

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