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“SAPPIATE che chi vuole il popolo reggere,/deve pensare al bene universale;/e chi vuol altri da li error’ correggere,/sforzisi lui di non far male:/perciò conviensi giusta vita eleggere,/perché lo esemplo al popol molto vale,/e quel che fa lui sol, fanno poi molti,/ché nel signor son tutti gli occhi volti.”

A parlare è un personaggio illustre, sotto il quale la città di Firenze – soprattutto dal punto di vista culturale – raggiunse il massimo splendore, ancora oggi apprezzabile. Non a caso il personaggio di cui stiamo parlando venne soprannominato “il Magnifico”. Si tratta di Lorenzo de’ Medici, qui nei panni di poeta ed autore. L’opera nella quale è racchiusa questa piccola perla, questo vademecum del buon sovrano, è “La rappresentazione della morte di San Giovanni e Paolo”. Tralasciando la trama dell’intero testo, possiamo trarre qualche piccola indicazione utile per collocare la frase. A parlare è il personaggio dell’Imperatore Costantino che, in questo momento, sta per abdicare a favore di uno dei suoi tre fratelli. “Voi proverete quanto affanno e doglia/dà il regno, del quale avete tanta voglia.”

Sia Costantino che il Magnifico sapevano quanto fosse impegnativo governare un popolo e quanto costasse attenzione e sacrifici: “Non pensi a util proprio o a piacere,/ma al bene universale di ciascuno:/bisogna sempre gli occhi aperti avere/(gli altri dormon con gli occhi di quest’uno)/e pari la bilancia ben tenere;/d’avarizia e lussuria esser digiuno;/affabil, dolce e grato si conservi;/el signor dee esser servo de’ servi.”.

La riflessione attorno alla condotta del sovrano, è un argomento che continua ad essere ampliamente trattato. E se, da un lato, la politica ha accolto pienamente la distinzione tra vita pubblica e vita privata di un regnante, dall’altro sarebbe interessante dare spazio al consiglio di Lorenzo de’ Medici: la vita dell’uomo politico, privata o pubblica che sia, ha un valore superiore agli occhi del popolo che lo eleggono, doppiamente, anche come esempio da seguire.

Con il Magnifico ci troviamo alla fine del medioevo. Uno dei tanti “medioevi culturali” che la nostra penisola ha dovuto affrontare. Sebbene quest’opera sia piuttosto auto-referenziale (si presuppone che Lorenzo faccia parlare Costantino quale rappresentazione di se stesso) apre la strada alla riflessione intellettuale rivolta al mondo politico. Infatti, a partire dal Rinascimento, la sfera politica sarà sempre affiancata dall’espressione intellettuale, che si trattasse di critica, di consenso o di pura analisi. Ad esempio, sempre in ambito mediceo, rimase celebre la riflessione di Guicciardini che, assieme ai suoi contemporanei, assistette al declino della “politica dell’equilibrio” perseguita da Lorenzo il Magnifico e definitivamente estintasi con la sua morte. Di lì a poco, a partire dal 1494, l’Italia ebbe a che fare con i propositi espansionistici di Francia e Spagna, fino al definitivo predominio spagnolo attorno alla metà del Cinquecento.

Ancora più celebre ed interessante è, di quello stesso periodo, la riflessione di Niccolò Machiavelli che, per la prima volta, consacrò l’imprescindibile rapporto tra la Virtù e la Fortuna nella vita dell’uomo politico come in quella dell’uomo comune: “coloro i quali, da semplici cittadini, diventano principi solo grazie alla fortuna, lo diventano con poca fatica, ma devono poi penare per restare al potere”. “Maestà e dignità” nella vita pubblica, deciso e risolutivo nella politica interna, stimato nella politica estera ed apprezzato dalla totalità del popolo, il Principe doveva prendere atto della mutevolezza della storia e della fortuna. Non “ruina” mai chi riesce a mettersi in sintonia con la qualità dei tempi.

Man mano che percorriamo la storia, osserviamo il consolidamento del rapporto tra intellettuali e politici dove, questi ultimi, avevano compreso quanto un appoggio di tipo culturale accrescesse la credibilità di un pensiero politico; quasi fosse necessaria una giustificazione di tipo filosofico/intellettuale. Un esempio celebre del secolo passato, è l’interazione dei due più grandi pensatori del Novecento: Croce e Gentile. Uniti nella riflessione neo-idealista, cofondatori della Rivista “La critica”,  si trovarono in disaccordo, com’è noto, attorno al dibattito fascista. Nel 1925 Gentile fu autore del “Manifesto degli intellettuali fascisti” e, all’ex compagno di studi, Croce rispose con un contromanifesto. Croce aveva intuito il pericolo dell’ascesa fascista e, di risposta, le sue pubblicazioni vennero messe all’indice dal Sant’Uffizio.

Ma, ancora prima, politica e riflessione intellettuale si trovarono congiunte ed incarnate nei politici del momento più importante e decisivo della storia d’Italia. Forse perché guidati da un interesse comune – forse perché schierati contro un nemico comune – forse perché completati da una solida preparazione culturale ricca di nozioni storiche e filosofiche ma, il periodo Risorgimentale, offre esempi eminenti di politici capaci di accordare le varie tendenze, unicamente a favore del bene del Paese. Uno sforzo bipartisan che fu possibile solo perché si pensava al bene universale e non a quello del proprio partito o della propria persona. Un impegno che richiamò la totale adesione dei cittadini perché esemplare e dignitoso, perché – in tempi ormai remoti – gli esponenti della politica erano davvero servi dei servi. Perché “il signor deve esser servo de’ servi”. Un politico preparato, colto e virtuoso. È ovvio che in questo momento nessuno lo è più.

SBIRCIATO su thepostinternazionale.it

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