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L’epigrafe a questi anni di crisi annunciata almeno in Italia l’ha scritta Stefano Ricucci: «È facile fare i froci col culo degli altri». A meno di sorprese (in questo paese all’ordine del giorno), di lui rimarrà a imperitura memoria solamente questa frase, insieme alla sua definizione di «furbetti del quartierino», vulgata romanesca dedicata a chi tramava nella vicenda delle scalate bancarie del 2005. La frase di Ricucci è perfetta e immediata. Dentro c’è tutto. C’è l’ambiente in cui matura, cioè quell’economia grigia che tinge orrendamente finanza, imprenditoria, istituti di credito, partiti, istituzioni, come il governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, eccetera. Ci sono le modalità di indagine grazie alle quali ne siamo venuti a conoscenza, cioè le intercettazioni telefoniche e/o ambientali ordinate dalla magistratura, nucleo cruciale della contrapposizione d’epoca tra filosofia e cronaca giudiziaria: libertà o sicurezza? Come se i due valori rimanessero alternativi alla radice, invece di poter diventare ragionevolmente compatibili in corso d’opera. C’è il linguaggio usato, che ha ulteriormente e definitivamente sdoganato il termine «culo» elevandolo a un meta-linguaggio come forse mai prima: dalla parola alla lingua, al pensiero che pensa per parole, ai simboli di riferimento che riempiono il nostro immaginario e l’intiera nostra vita eccetera.

SBIRCIATO su Il culo e lo Stivale di Oliviero Beha

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