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Se tutti “seguono”, chi dirige? Se lo chiede Thomas Friedman sul New York Times e su questo giornale (ieri), in un eccellente editoriale, “Il potere dei followers”, nel quale ragiona sulla coincidenza, non casuale, tra trionfo dei nuovi media e crisi delle leadership mondiali. Classi dirigenti risucchiate dall’ossessione di “piacere alla gente”, e condannate a saperlo in tempo reale, non sono più in grado di concentrarsi sul diritto-dovere di fare scelte e fare programmi (cioè di fare il proprio mestiere di classe dirigente) senza farsi schiacciare da quel costante aggiornamento sulle opinioni e le emozioni di massa che sono Twitter, Facebook e i media sociali in genere. È come se ogni gesto, ogni parola fosse continuamente sotto il ricatto di un fischio o di un applauso. A quanto scrive Friedman va aggiunto che i media sociali sono al tempo stesso causa ed effetto di un nuovo tipo di democrazia diretta che si considera tanto più efficiente e virtuosa quanti più “followers” e “mi piace” riesce a rastrellare, ovvero quanto più “uguale a me” risulta essere il mondo. Ma, forse per un vecchio equivoco, credo che la forza della democrazia non è permettermi di votare per chi è uguale a me, ma per chi è migliore di me.

SBIRCIATO su L’AMACA di Michele Serra del 28/06/2012  –  La Repubblica

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