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SBIRCIANDO “L’AMACA” di Michele Serra

LO SPORT è il proseguimento della politica con altri mezzi. Ce ne siamo accorti un po’ tutti, durante questi Europei segnati da una notevole serie di coincidenze (summit e partite lo stesso giorno, alla stessa ora e soprattutto con gli stessi contendenti). Se ne è accorto anche Cesare Prandelli, che ha azzardato, da citì molto stimato e popolare, un giudizio “politico” sul nostro Paese. Definendolo “un Paese vecchio, che ha bisogno di cambiamento”. Ad ispirare le parole di Prandelli non è la venerabile età del Primo Tifoso Napolitano, evidentemente. Enon è neanche quella dello stesso Prandelli, che non è certo un outsider; né quella di una Nazionale che schierava parecchi senatori, e negli anziani Pirlo e Buffon aveva i suoi cardini. No, la “vecchiaia” italiana non è (solo) un problema anagrafico. È quel colloso sentimento di stasi, di conservatorismo congenito, di assenza di rinnovamento che Prandelli ha felicemente definito “mancanza di coraggio”. E se l’è anche imputata, facendo capire che prima della finale contro la formidabile Spagna avrebbe fatto meglio a sostituire qualche pedina logora, osando il nuovo.
Autocritica onesta, ma forse eccessiva. Si era già fatto perdonare, Prandelli, imponendo il potente ma scapestrato Balotelli al centro dell’attacco azzurro, e dando all’avventura europea il segno “storico” del primo afroitaliano che conquista tutte le prime pagine da vincitore (la doppietta alla Germania) e da simbolo di un’Italia nuova. La fotografia di Mario che abbraccia la madre adottiva non sarà facile da dimenticare, il vincolo d’affetto tra una massaia italiana e un Masai (non è solo un gioco di parole) è davvero un inedito, nel “paese vecchio”. Un punto di non ritorno nella lotta al pregiudizio, un’accelerazione straordinaria dentro la penosissima lentezza con la quale una Nazione europea di prima grandezza, la nostra, accetta finalmente, e in evidente ritardo, di essere multirazziale. Lo accetta anche perché gli conviene, perché accogliere gli altri, mescolarsi con loro, vuol dire diventare più forti, più completi; ma non sarà questo salutare utilitarismo a sminuire la portata del cambiamento.
Prandelli ha dunque buon diritto nell’indicare la “mancanza di coraggio” come uno dei vizi nazionali. Lui ha provato a darselo, quel poco o tanto coraggio che serve per cambiare le cose. Calcisticamente, con il superamento definitivo del catenaccio e del contropiede, di quel gioco speculativo, astuto, sostanzialmente subalterno che Gianni Brera giudicava perfettamente italico, ma non è più classificabile, dopo questi europei, come italiano, o all’italiana. E politicamente: non solo per Balotelli. Anche per l’abilità mediatica non ruffiana (dunque non “italiana” alla vecchia maniera), la capacità di padroneggiare e rivoltare in suo favore, grazie a una dialettica pacata ed efficace, le fasi più spigolose del suo mestiere. Per esempio quelle conferenze stampa che sono state l’incubo di tutti o quasi i citì precedenti, compreso quel Bearzot del quale Prandelli, per statura morale, è il più evidente erede; ma rispetto al quale Prandelli è più loquace, più mediatico, infine più moderno. Che non è una parola molto “italiana”.

La Repubblica 03/07/2012

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