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6 AGOSTO ORE 20.30
LE AVVENTURE DI TINTIN E IL SEGRETO DELL’UNICORNO ha una lunga genesi alle spalle, iniziata ben trent’anni fa. Il colpo di fulmine tra Steven Spielberg e il piccolo reporter nato dalla penna del belga Hergé risale al 1981, quando a Parigi per la promozione de I predatori dell’Arca perduta, un critico accosta l’archeologo Harrison Ford al giornalista-detective dei fumetti. Spielberg compra immediatamente gli album di Tintin e la sera stessa, nella sua stanza d’albergo, incomincia a leggere. Passeranno due anni prima che Spielberg e Hergé fissino un appuntamento, che non avrà mai luogo, perché lo scrittore muore improvvisamente, non senza aver ribadito la sua fiducia assoluta nel talento di Spielberg.
In mezzo succedono tante cose ma Spielberg non smette di pensare al ragazzino dal ciuffo rosso: in comune con Indiana Jones ha il gusto per il rischio e la vocazione a mettersi nei guai. E se al contrario di Jones è apparentemente misogino (nel mondo di Tintin non ci sono donne, una cantante d’opera, l’Usignolo milanese, fa capolino ed è una caricatura), come Indiana insegue i cattivi e risolve indovinelli. Girato in motion capture, con attori in carne e ossa che “animano” personaggi veri e propri (dalla parte dei buoni Andy Serkis e Jamie Bell mentre Daniel Craig è cattivo da far paura) e altri digitali indimenticabili (il delizioso cagnetto Milù) è una meraviglia continua, partorita dalla mente di un abile fanciullo, lo stesso che da decenni ci racconta le favole più belle. Duelli spettacolari (agli effetti speciali c’è Peter Jackson), atmosfere noir anni ’40, discese mozzafiato e autocitazioni (quella dello Squalo è davvero divertente): Tintin diventa magicamente tridimensionale senza perdere le caratteristiche dell’originale. (SBIRCIATO su cinematografo.it – Marina Sanna).
Un film di Steven Spielberg. Con Jamie Bell, Andy Serkis, Daniel Craig, Simon Pegg, Nick Frost. 107 min. 2011.

6 AGOSTO a seguire
THIS MUST BE THE PLACE. Se il cinema fosse un campionato di calcio, si potrebbe dire che i film di Sorrentino praticano una sorta di personale e originalissima commistione di contropiede all’italiana e inventività carioca. Non un film che assomigli ad un altro, se non per la comune, estenuata ricerca stilistica e l’ansia di esplorare, reiteratamente, situazioni eccentriche e personaggi estranei ad ogni verosimiglianza. Colto ogni volta di sorpresa, lo spettatore (in primis quello professionale, notoriamente più rigido e meno reattivo) precipita in uno stato di stordimento prossimo all’inazione. E’ successo anche stavolta, in maniera forse ancora più evidente del solito: forse per le notevoli aspettative generate dal primo progetto in lingua inglese del regista napoletano, decisamente oversize rispetto agli scarni budget nostrani. O, forse, per la barriera di un idioma che i critici italiani frequentano poco e male, risultando qui invece essenziali sottigliezze e calembour verbali non meno delle ardite acrobazie imposte da Luca Bigazzi alla mobilissima macchina da presa, o delle raffinatezze interpretative di uno Sean Penn semplicemente superlativo. Da cui certi rimproveri, neppur troppo velati, di sostanziale inconcludenza e riprovevole mancanza di spessore, quando invece il disegno è chiaro, almeno quanto le strategie formali messe in atto da Sorrentino (senza dimenticare gli assist procuratigli da Umberto Contarello, co-sceneggiatore in stato di grazia).
This Must Be the Place è in un certo senso un racconto di catarsi e redenzione come i suoi film precedenti, ma è soprattutto un’ardita variazione sul genere road movie ampiamente debitrice della tradizione letteraria picaresca. Ora, se c’è un elemento che contraddistingue quest’ultima, oltre alla promiscuità dei toni e la prevalenza di situazioni comiche e assurde calate in una dimensione epica, è l’assoluta orizzontalità del racconto. Sorrentino si appropria di entrambi i principi formali, comprimendo e annullando la profondità presupposta dai temi del film (la tardiva maturazione del protagonista e la ricerca del vecchio nazista che ne aveva umiliato il genitore) nella superficie, quanto mai elegante e godibilissima, di una narrazione che inanella un episodio stravagante dopo l’altro, un incontro ogni volta più strampalato e bizzarro del precedente, fino ad apparire come il risultato di una scommessa eccentrica giocata dagli autori sulla pelle di noi spettatori: non consentire mai che un’inquadratura lasci intuire la successiva, o una situazione appena tratteggiata ne presupponga un’altra secondo una logica di causa ed effetto.
In un film di soli partiti presi – come imporre a Sean Penn di trascinarsi dietro un incongruo trolley per tutto il film, o di parlare in un irresistibile falsetto al rallenty, che è una delle infinite risorse esilaranti del film – ha poco senso chiedersi se il finale sia discutibile nella sua ostinata leggerezza, o quanto colpevoli risultino le indulgenze stilistiche a fronte della pesantezza di un tema (l’Olocausto) che reclamerebbe un diverso trattamento. Conviene invece abbandonarsi senza riserve a questa improbabile e disarmante odissea americana, sulle tracce dell’Ulisse più ingenuo e accattivante che si potesse immaginare. (SBIRCIATO su cinematografo.it – Alberto Barbera).
Un film di Paolo Sorrentino. Con Sean Penn, Frances McDormand, Eve Hewson, Harry Dean Stanton, Joyce Van Patten. 118 min. 2011.

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